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Mr Nishikawa

         

 

volume 1: Irene meets Nishikawa

 

 

Agosto.

Il sole di quella torrida giornata estiva era quasi allo Zenit, quando il Jumbo della JAL eseguì l’ultimo rullaggio per poi fermarsi definitivamente sulla pista d'atterraggio. Il portellone si aprì e i passeggeri cominciarono ad uscire formando due file ordinate.

Irene si fermò sul gradino più alto della scaletta, guardando stupefatta davanti a sé. L'asfalto ribolliva e faceva salire un'aria densa e vischiosa, quasi irrespirabile. La accolse una folata di vento caldo che la lasciò senza fiato.

“Meno male che a Tokyo doveva piovere sempre!” si disse, marciando a passo deciso verso la navetta che l'avrebbe condotta al ritiro bagagli del terminal 1. Lì almeno avrebbe trovato un po' di aria condizionata e una tregua a quel caldo insopportabile.

Passato il controllo documenti, uscì e si guardò intorno disorientata. D’altra parte l'avevano avvisata. Se c'era una cosa che Takaya Nishikawa si sarebbe rifiutato di fare era venire ad accoglierla all'uscita con un sorriso. Secondo le istruzioni che le erano state impartite, il suo futuro istruttore l’avrebbe aspettata seduto alla panchina numero 72 dell’uscita Ovest.

Il segno di riconoscimento? Un elegante completo blu con un fazzolettino nel taschino.

Irene sospirò. L’aeroporto di Narita palpitava di uomini e donne per lei tutti uguali e avere una foto del suo futuro istruttore non avrebbe di sicuro reso la ricerca più facile. Mentre cercava il cartello con la scritta “Uscita Ovest” le venne in mente quello che le aveva detto il Direttore Generale del Reparto Agenti della Secret Service Agency:

«Takaya Nishikawa è sicuramente il miglior istruttore che abbiamo, ma è un dannato testardo che non conosce il significato della parola "limite" né in missione né in addestramento e né alla sua vita privata».

«Sì, Kaichō, la sua fama è giunta anche alle mie orecchie» rispose Irene.

«Ritiene di poter operare al di sopra delle regole e lei, signorina, dovrà fargli capire quale opportunità rappresenta offrirle un'adeguata preparazione.» Il capo fece una pausa.

«Il successo del suo addestramento potrà, infatti, cancellare la mancanza di ortodossia del suo allenatore, riabilitandone la reputazione. Nonostante il suo temperamento,» continuò «penso che Nishikawa sia un elemento indispensabile alla S.S.A. Tengo molto a questa missione e ho scelto lei perché, oltre a essere una delle allieve più promettenti, è anche l'unica che possieda le qualità necessarie a scuotere quella testa di legno. Le do carta bianca. Usi ogni mezzo a sua disposizione.»

Ancora adesso Irene s'interrogava sul significato di quelle parole. Il suo futuro istruttore aveva fama di essere un tipo sopra le righe, donnaiolo e scapestrato. All'Accademia di Reclutamento era una specie di leggenda. La mancanza di disciplina si alternava a una lunga lista di successi e, per quanto i due aspetti fossero tra loro contrastanti, rappresentavano le due facce di una stessa medaglia. 

Allo stesso tempo impareggiabile e spregiudicato, Mr Nishikawa era infatti in grado di colpire con la precisione di uno spillo per poi cacciarsi nei guai a causa della sua continua insubordinazione. Le reclute erano affascinate da quella figura ma, quando ne parlavano, lo facevano con circospezione. Come se l'ammirazione per quell'individuo potesse gettare su di loro il discredito dei superiori. Dal canto suo, Irene aveva sempre preferito non badare alle chiacchiere. Era troppo coscienziosa per interessarsi ad un tipo del genere. Anzi, provava una sorta di disprezzo nei confronti di un agente che sembrava non conoscere alcun limite alla propria presunzione. Per questo non fu particolarmente felice che gliel’avessero assegnato proprio lui per la conclusione del suo training.

Tuttavia, le era chiaro che avrebbe avuto davvero successo solo se, oltre ad acquisire le necessarie competenze per diventare un agente operativo, avesse indotto il Signor Nishikawa a rientrare nei ranghi.

Il Direttore non aveva fatto alcun cenno ai modi per convincerlo a rigare dritto, ma a suo favore sembrava esserci solo il fatto di essere donna. La seduzione le pareva l'unica arma in suo possesso e probabilmente la sola a cui il suo istruttoreavrebbe ceduto.

Quell’idea di merda non le piaceva affatto!

Arrivata alla panchina numero 72 i suoi occhi cercarono la figura in blu, ma nessuno aveva quel completo. Tutti giapponesi, tutti identici: colletto bianco, giacca e pantaloni neri.

Che non fosse venuto? Se lo doveva aspettare ed un certo risentimento cominciò a ribollire dentro di lei. È vero, la missione non la rendeva molto felice, ma nessuno doveva osare piantarla in asso. E soprattutto non in quel modo. Decise allora di uscire dall’aeroporto da sola, quando qualcosa non la fece rallentare di colpo. Sulla panchina numero 88 un uomo e una donna si baciavano con passione. Lui, un bel ragazzo in maglioncino blu e jeans; lei, una rossa in fuseaux verdi. Un po’ di colore in un mare di sagome corvine. Seduti l’una a cavalcioni dell’altro, i due non sembravano badare agli sguardi maliziosi della gente che passava davanti a quel continuo intrecciarsi di lingue e di braccia.

“Oddio!” pensò Irene. “Se voglio uscire, dovrò passarci proprio davanti. A quanto pare, ogni mia idea su questo posto si sta rivelando fasulla. Credevo che i giapponesi fossero più pudici nelle loro esternazioni in pubblico!”

Lentamente si avvicinò alla panchina, cercando di guardare da un’altra parte e fingendo di non vedere quei corpi allacciati che si abbandonavano al piacere toccandosi e dimenandosi.

Si sentì davvero a disagio. “Queste cose si fanno anche nel mio paese, certo. Però si scelgono gli angoli più riparati dei giardini pubblici e almeno si aspetta il tramonto”.

Fissando ostinata un punto imprecisato davanti a sé, alla fine riuscì a passare sotto quelle forche caudine. Ma la giacca dell’uomo ripiegata con cura in un angolo della panchina attrasse per un istante la sua attenzione. Fuori dal taschino faceva capolino un fazzoletto di seta.

“Quindi quell'uomo è il famoso Takaya Nishikawa!” realizzò Irene. “È venuto, ma si è seduto su una panchina poco distante. Magari per controllare con chi avrebbe avuto a che fare. Probabilmente ad un certo punto si stava annoiando e ha pensato bene di occupare il tempo in modo piacevole”. E Irene avrebbe dovuto sedurre un tipo del genere? Sarebbe stata fortunata se non avesse approfittato di lei. In che guaio si era cacciata! L'idea che il successo del suo percorso formativo dipendesse da quel tizio la faceva ribollire di rabbia. Si rivide alla scuola di Taekwondo, impegnata a tempestare di colpi un manichino di legno con la faccia di Nishikawa.

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«Non ci posso credere!» si disse al culmine dell’indignazione. «La sua fama di debosciato è più che meritata! Non è riuscito a comportarsi in modo appropriato neppure per il tempo necessario a prelevarmi dall'aeroporto, figuriamoci se non sa che in questo paese sono da evitare le effusioni in pubblico!

Si vede, che le regole non fanno proprio per lui. Me ne vado nel primo albergo che capita e per oggi mi dimentico della sua esistenza. Non lo voglio proprio vedere quell’uomo!» Continuando nel suo monologo, sdegnata e sentendosi tradita:

«Al Direttore, dirò che non c’è stato verso di incontrarlo. Se ne vada pure all’inferno, razza di pervertito erotomane!»

Irene varcò il cancello, ma proprio in quel momento arrivò a sirene spiegate un’auto della polizia che inchiodò i freni a pochi metri da lei. Fu un’azione lampo. Gli agenti entrarono, fecero un po’ di trambusto e uscirono veloci trascinando a braccetto Mr Nishikawa. Debitamente ammanettato...

E recalcitrante.    

A Irene venne da ridere. "Questa sì che è la filosofia orientale!  Calma, non scaldarti, fai finta di non vedere niente... e chiama chi di dovere. Che bravi, gli impiegati dell’aeroporto!"

Ridendo ormai a più non posso, Irene osservò gli agenti che avevano una certa difficoltà a infilare Takaya nella vettura. Il signor Nishikawa infatti non si dava certo per vinto: puntava i piedi, urlava parole giapponesi che per le orecchie di Irene risultavano incomprensibili e non ne voleva assolutamente sapere di obbedire.

Pochi minuti dopo, sopraggiunse un’altra volante. Questa volta della polizia femminile. Due donne poliziotto scesero dall’auto e caricarono a bordo la sfiammante partner di Takaya.

“Questo sì che è giusto! Separazione tra i sessi!” pensò Irene sogghignando.

Quando ormai non c’era più niente da vedere, decise di incamminarsi per prendere il Narita-expresse andare a Tokyo. Ci avrebbe messo circa un’ora per raggiungere il centro, il tempo sufficiente per riposare e pensare al da farsi. Aveva ancora le lacrime agli occhi a forza di ridere quando le venne in mente una cosa: non sarebbe stato forse suo dovere recarsi alla centrale di polizia? Quanto denaro aveva nella borsetta? Abbastanza da pagarsi un buon albergo, ma forse anche abbastanza per pagare la cauzione e far rimettere in libertà provvisoria quell'incosciente. Certo però che qualche giorno al fresco se lo meritava proprio. Bisognava, però, pensare anche alle possibili ripercussioni che quell’episodio avrebbe potuto avere su di lei. In quel modo non rischiava forse di non completare l'addestramento? E lo stesso valeva per Mr Nishikawa. Certo, il suo comportamento era a dir poco deplorevole, ma Takaya era anche la chiave di volta per la soluzione di molti casi spinosi.

Irene sapeva di essere, in un certo senso, l’ultima occasione che l'Agenzia gli concedeva. Il disgusto per quell'individuo lottava con il suo senso del dovere. Allora, non era meglio per entrambi darsi una mano? Sicuro, ma avrebbe proprio dovuto condurlo sulla retta via a forza di moine?

Insomma, basta così! Qualcosa bisognava pur fare. Arrivata a Tokyo, Irene scese dal treno, aprì la borsetta e si accertò che la grossa mazzetta di yen fosse al suo posto. Seppure a malincuore, la decisione era stata presa.

“Mi cerco una pensione di quarta categoria e poi vado in centrale a pagare la cauzione”, pensò, mentre una smorfia le corrucciava il viso. “Però mi guardo bene dall’avvicinarmi a quel maniaco. A casa sua non ci vado manco morta!” Si promise a se’ stessa.

Camminando per le affollatissime vie del centro, Irene si fermò proprio in mezzo al marciapiede.

Una grande insegna rossa con la scritta “Granada Hotel” a caratteri cubitali attirò la sua attenzione.

Salì alcuni gradini e subito un giovanissimo e solerte facchino le venne incontro. Le fece un gran sorriso, qualche frase di rito, che Irene credette di comprendere e il ragazzino le mostrò gentilmente l’entrata.

Una grande vetrata occupava tutta la facciata della hall dell’albergo. Un hotel a tre stelle, che nella sua Italia avrebbe tranquillamente meritato qualche stella in più.

Irene non riuscì a trattenere l’entusiasmo. La hall era grande e accogliente, con un sontuoso divano dall’aria comoda.

«Fantastico!»  I volti delle ragazze della reception e le loro voci gentili la invitavano ad andare avanti. Non se lo fece ripetere due volte. E già l’immagine di Nishikawa si faceva più lontana.

Il piccolo facchino la riportò alla realtà porgendole il palmo della mano. Quel suo ironico sorrisetto le fece capire che esigeva una ricompensa. Irene con un veloce cenno della mano lo pregò di aspettare. Dalla borsetta tirò fuori tutti gli spiccioli che aveva e glieli porse gentilmente.

Il ragazzo dovette usare entrambe le mani per contenerli tutti. Guardandola di sbieco, borbottò qualcosa di incomprensibile, in un tono ben lontano da quella soavità con cui l’aveva invitata. Voltò i tacchi e se la filò dietro il bancone della reception. Irene pensò che forse era meglio andare al sodo. Le avevano rivolto tanti sorrisetti cortesi ma, se non avesse prenotato subito una stanza, l’avrebbero sicuramente cacciata senza troppi convenevoli.

Le diedero la 212. Era l’unica disponibile, con vista sul parcheggio. Questo le avrebbe permesso di osservare bene chi entrava e chi usciva e soprattutto controllare le visite impreviste di Nishikawa, una volta tornato a piede libero. Aveva però due inconvenienti: primo, era al secondo piano e, se avesse dovuto scappare, non avrebbe potuto usare la finestra. Secondo, non c’erano muretti a cui aggrapparsi né scale antincendio su cui fuggire e lei non era brava ad arrampicarsi.

Alla fine decise che se ne sarebbe occupata più tardi. «Ora mi riposo» si disse Irene. Non riusciva a pensare ad altro. Sul letto della camera accanto c’era uno yukata, un leggerissimo kimono gentile offerta dell’hotel, che la invitava a tuffarsi dentro le coperte. Benché fossero solo le quattro del pomeriggio, sedici ore di volo e il fuso orario cominciavano a farsi sentire. Aveva bisogno di rilassarsi. Tornò nella hall per chiedere dove fosse la sauna. Le ragazze le parlarono in un inglese incomprensibile che la fece riflettere.

"Devo assolutamente imparare il giapponese", realizzò Irene. La Yakuza non si spreca certo a fare la traduzione simultanea durante i suoi delitti.

La sauna fece il suo dovere e le distese i nervi. Ora desiderava solo dormire. Avrebbe prestato aiuto a Takaya Nishikawa la mattina dopo.

 

***

 

takaya-eyesNel torpore delle coperte Irene si sorprese a pensare al profilo di Nishikawa, ai suoi capelli così neri, morbidi e lisci. Ad ogni movimento del capo la lunga frangia scivolava sui lineamenti regolari della fronte, lasciando intravedere uno sguardo seducente e penetrante. Si voltò sull'altro fianco, cercando di scacciare quel pensiero ossessivo. Ma nulla riusciva a distrarla. L’orologio segnava le sette di sera. Aveva una voglia matta di sapere che fine avesse fatto il suo futuro sensei. Il cellulare da polso sul comodino sembrava aspettare solo lei. Le bastava prenderlo e fare una semplice telefonata alla stazione di polizia competente. Alla fine si decise, cercò il numero e chiamò. In un Inglese un po’ strascicato a causa della stanchezza, chiese notizie al poliziotto di turno.

«Andato? Come sarebbe a dire? Mr Nishikawa è già stato liberato? E da chi?» Anche il poliziotto parlava in inglese, ma non molto meglio di lei. Le riferì che era sicuro di quel che diceva. Qualcuno aveva pagato la cauzione. Forse era stata una donna. Difficile capirlo dagli equivoci di un diverso idioma!

“Meglio per lui!” pensò Irene. Ringraziò dell’informazione e riattaccò. Era distrutta. Tornò sotto le coperte, questa volta decisa a dormire. Aveva avuto tutte le informazioni che voleva.

Ora non doveva più pensare alla sorte di Nishikawa. L’avrebbe contattato in qualche modo l’indomani.

Passò una nottata turbolenta a girarsi e rigirarsi nel letto, finché a notte fonda si risvegliò con un enorme buco allo stomaco. In camera non c’era niente di solido da masticare, solo bibite d’ogni genere.

“Accidenti! Avrei dovuto pensarci prima!”

Il pranzo della compagnia aerea non poteva calmarle l’appetito per un giorno intero. Un panino le sarebbe bastato. Ma era tardi e forse la cucina era già chiusa. Avrebbero fatto uno strappo per lei? Almeno dei cracker, delle noccioline al bar della hall? Si rimise la maglietta e uscì nel corridoio. Di fronte alla sua c’era la stanza 211. All’interno una donna dalla voce languida emetteva dei gemiti. Li sentiva così chiaramente che le venne il sospetto che si trattasse di un film porno. Chi diavolo poteva darsi da fare così rumorosamente se non una professionista? A Irene non interessava affatto ascoltare e decise di passare oltre. Desiderava solo mettere qualcosa sotto i denti.  Ma, dopo aver fatto due passi, si bloccò. L’uomo in stanza sembrava innervosito e la sua voce le suonava familiare.

«Takaya?» Con un gemito il nome le uscì dalle labbra. «ma come mi viene in mente? È impossibile! Non sa nemmeno che faccia io abbia! E come può immaginare che io sia proprio qui, in quest’albergo, tra tutti quelli che ci sono a Tokyo? Sono stanca e inconsciamente mi sento in colpa per averlo lasciato dietro le sbarre. Così credo di sentire la sua voce da ogni parte. Sì, deve essere questa la ragione».

Poi la porta si aprì di schianto. Istintivamente Irene fece un salto all’indietro andando a sbattere contro il muro. Sull’uscio della porta una donna tentava di trattenere un uomo di spalle che si divincolava.

Irene si sentì colta in flagrante e come un fulmine tornò nella sua camera.

«Oddio! Mi avranno notato? Ma proprio ora dovevano litigare quei due?»

Le urla, anziché diminuire, aumentavano. E più Irene sentiva la voce dell’uomo, più si convinceva della somiglianza con quella di Nishikawa. Intanto, il suo stomaco si era rimesso a borbottare. La fame stava prendendo il sopravvento e doveva lasciare perdere la discrezione per cercare immediatamente qualcosa da mangiare. Appoggiò l’orecchio alla porta. Silenzio.

“Benissimo,- pensò- posso uscire!” e, prendendo coraggio, si affacciò sul corridoio. I due di prima non c’erano più. Probabilmente erano rientrati in stanza. Magari se n’erano andati.

Intanto, il facchino del giorno prima stava uscendo da un’altra camera con un pacchetto fra le mani. Appena la vide, cercò di svignarsela. Di sicuro temeva un’altra commissione pagata con una tonnellata di spiccioli! Irene gli corse dietro.

«Ehi, aspetta! Mi potresti comprare…? Fermati per favore!»

Finalmente riuscì ad agguantarlo per il colletto. Tenendolo ben fermo, gli chiese: «Potresti aiutarmi? Mi compreresti un panino? Ma mi stai a sentire? Capisci?»

Niente da fare. Il ragazzino si divincolava, gridando parole incomprensibili.

Dalla camera 211 si affacciò la donna di prima, un’affascinante ragazza con un completino molto attillato che lasciava poco spazio all’immaginazione. Stette a sentire per qualche istante le parolacce giapponesi del fattorino, poi si avvicinò ai due litiganti e tirò fuori una bella banconota nuova di zecca. Il ragazzino si calmò come se avesse avuto una visione. Un breve scambio di battute in giapponese con lei ed eccolo sfoderare un sorriso smagliante accompagnato da un energico cenno affermativo del capo. E di colpo se ne andò.

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La donna si rivolse a Irene.

«Non si preoccupi, signorina. È andato a prenderle un panino. Tornerà fra poco».

Irene le fece un inchino. Il sollievo per la prospettiva di un pasto imminente faceva a pugni con lo stupore. Come diavolo aveva fatto la ragazza a domare quella peste con due parole? E perché non ne voleva sapere di parlare con lei?

«Scusi, ma si può sapere cosa vi siete detti?» chiese Irene incuriosita.

«Oh, beh… Mi ha detto che lei è una perfida che l'ha pagato con un'enorme manciata di spiccioli e che adesso, per divertirsi, li reclamava indietro». 

Ecco perché si era calmato subito con l’offerta di una bella banconota! Che razza d’equivoco!

«Tutta colpa della lingua», disse la donna conciliante.

Parlando solo un po’ d’inglese e zero di giapponese, uno a Tokyo non se la cavava facilmente. Il fattorino, infatti, non conoscendo altre lingue al di fuori della propria, aveva creduto che Irene gli corresse dietro per derubarlo!

Risolto l’equivoco, la ragazza si presentò come Miyako Fujie e la invitò a entrare nella sua stanza per scambiare due parole.

Lei la guardò titubante. «Grazie ma non vorrei disturbare…»

«Non mi disturba affatto! Il mio ospite mi ha lasciato prima del solito e ora non riesco più a prendere sonno».

Ecco, quindi lui non c’era. Bene. Irene si fece forza e accettò l'invito, seguendo la ragazza. La stanza di Miyako era più grande della sua. Alle pareti, migliaia di fotografie rivelavano la sua professione e soprattutto la sua ossessione per un particolare soggetto. Guardando bene, lo riconobbe. Era Takaya Nishikawa! Quindi, prima, era davvero lui. Ma come diavolo aveva fatto ad arrivare lì, dove lei si trovava?

Takaya era ovunque. Con  il suo sguardo un po’ allegro e un po’ triste ma, il più delle volte, insolente. Secondo Miyako era la sua espressione migliore. Per Irene, invece, avrebbe fatto meglio ad abbassare la cresta. Soprattutto dopo gli ultimi avvenimenti. Da ogni parte della camera, Nishikawa la trafiggeva con lo sguardo. Non potendo far nulla per evitarlo, si guardava in giro, sperando che Miyako non notasse il suo rossore. A un tratto la ragazza si fece provocante e con un fare da gattina vogliosa si accostò a una foto formato poster con Takaya che dava bella mostra di sé.

«Non credi anche tu che sia meraviglioso?»

Accompagnò la domanda con una carezza e uno sguardo seducente e ammiccante. Irene capì subito che ne era molto attratta. Le balenò quindi un sospetto. Magari sapeva di lei ed era gelosa? Con tutta probabilità era stata Miyako a pagare la cauzione a Takaya. Che rapporto li legava? Certo non erano solo amici. Irene aveva sentito abbastanza per capirlo. La stava stuzzicando perché aveva un’antipatia personale per lei? Alzò le spalle con noncuranza, ma suo malgrado si sentì turbata. Chi l’assicurava che Takaya non sarebbe tornato dalla sua Miyako? Poteva accadere da un momento all'altro. Doveva svignarsela. Guardò l'orologio da polso.

«Cavolo, sono le due! Devo proprio tornare nella mia stanza! Grazie ancora per l'aiuto», esclamò con disinvoltura, avvicinandosi alla porta. «Allora, io vado. Buona notte. Piacere di averti conosciuta».

«Il piacere è stato tutto mio», rispose Miyako, ma anziché stringerle la mano per salutarla, le afferrò rudemente il polso osservando l'orologio. Sul suo volto comparve un sorrisetto malizioso. Quello non era certo un orologio qualsiasi. Sapeva bene a chi era destinato un giocattolino del genere.

«Ma certo, sei tu! Come ho fatto a non capirlo prima!» La donna scoppiò a ridere e andò a sedersi sul divanetto in vimini, lasciando Irene impietrita.

«Buonanotte signorina! Penso che ci rivedremo presto». Dalle sue parole traspariva un velo d’ironia.

Irene chiuse velocemente la porta dietro di sé. Entrata rimase immobile qualche istante, guardando la parete di fronte.

“Avrei dovuto risponderle a tono”, pensò. “Invece cosa ho fatto? Non le ho detto nulla e sono scappata subito. Mi son lasciata sorprendere come una ragazzina”.

Non poté fare a meno di origliare. Con l’orecchio appoggiato alla porta, sentì che dall’altra parte Miyako era scoppiata in un’altra fragorosa risata. «Adesso è troppo tardi per rimediare e io sono così stanca e confusa che non ho la forza di pensare a nulla. È inutile tornare da lei e chiarire le cose. Me ne vado a letto e domani mattina penserò al da farsi. »

Così dicendo, tornò in camera. Sul tavolino c’era il panino che aveva chiesto. Lo divorò e subito dopo s’infilò di nuovo sotto le coperte. Chiuse gli occhi e dormì fino alla mattina dopo.

Intanto, nella sua stanza, Miyako rifletteva sull’accaduto. Le sue labbra rosso fuoco continuavano a sorridere, ma i suoi occhi erano colmi d’ira. Prima che Irene lasciasse la stanza, l'aveva squadrata dalla testa ai piedi. I capelli castani e lisci della ragazza erano più belli dei suoi, ma per il resto la trovava insignificante e priva di fascino.

"Non può interessargli un tipo simile. Di sensuale non ha nulla!" pensò, mordendosi il labbro inferiore e cercando di capire perché mai Takaya avesse mostrato interesse per quella ragazza. Ripensò al suo tentativo di sedurlo, poco prima, quando lei avrebbe fatto di tutto per averlo suo. Invece Takaya sembrava distratto, quasi infastidito. C'era stato un tempo in cui non doveva elemosinare nulla da quell'uomo. Un tempo in cui i loro corpi si capivano semplicemente sfiorandosi. Avrebbe rinunciato a lui senza problemi, se non fosse stato per quella sua capacità di portarla a un piacere così intenso da lasciarla senza fiato. Mai con nessun altro aveva provato un'intesa simile. Ora, però, sembrava essersi stufato di lei, come se nella sua vita ci fosse un’altra. Magari una nuova allieva a cui badare, che alloggiava proprio nella camera di fronte alla sua. Un gran colpo di fortuna, vero? Ma lui sapeva che lei alloggiava proprio lì?

"Barattare un'informazione preziosa per un'ultima notte. Ecco cosa devo fare”, si disse, componendo il numero di Nishikawa sulla tastiera del cellulare.

Era ancora immersa in questi pensieri quando una voce rispose dall’altra parte. Era quella di Takeshi, il migliore amico di Takaya.

«Ciao Takeshi, cucciolone, mi passi Takaya?»

«Ehm... Ciao Miyako. Te lo chiamo subito».

Un attimo di silenzio. Miyako sperava che Takaya non trovasse scuse per non presentarsi al telefono. Sapeva che c'era la possibilità che si negasse per giorni e giorni. Cosa che la faceva uscire di testa, soprattutto quando il desiderio si faceva atroce.manuel-bustamante-cover-nishiretino-4

Takaya era seduto sul divano invaso da fogli che illustravano schemi di un gioco a squadre. Takeshi insistette per passargli il telefono. «Cosa c’è ancora?» Rispose seccato Takaya. «Non ti è bastato stanotte?»

«La colombella è tornata al nido», rispose Miyako con fare sornione.

«Cosa ti sei fumata?» Takaya era al limite della sopportazione. «Ho da fare ora. Parla chiaro».

«Io so qualcosa che tu non sai, mio caro». Miyako si divertiva a fare la misteriosa. Cercava di ritrovare tutta la sua scaltrezza stuzzicando il suo interlocutore.

Takaya rimase un istante pensieroso con il telefono in mano, poi fece un sospiro. Non poteva far altro che arrendersi.

«Cosa vuoi in cambio?»

«Suvvia Takaya, il tuo istinto perverso non ti suggerisce niente di entusiasmante?»

Miyako sentiva di riguadagnare terreno. Un lieve cambiamento di tono le aveva fatto intuire che si era aggiudicata la partita. Abbandonata sul suo letto, pregustava già la delizia di quel corpo da favola. Lasciò da parte il retrogusto amaro di quella piccola vittoria e si concentrò sulle parole da dire.

Takaya, intanto, tamburellava sul bracciolo del divano dove era seduto e sentiva già l’appiccicosa vicinanza della sua ex-partner.

Intanto, al telefono, Miyako continuava con fare sornione. «Cavaliere senza cavallo, paladino senza donzella! Lo vuoi

sapere o no?»

Takaya cominciava a spazientirsi. Allontanò l’orecchio dal telefono e, appoggiando il palmo della mano sulla cornetta, si voltò bruscamente verso Takeshi.

«Allora, cosa te ne stai lì impalato a fissarmi! Dammi una mano!»

«Ma cosa vuoi che faccia?» rispose Takeshi, allargando le braccia.

Intanto Miyako continuava a provocare.

«Io ho trovato quello che hai perso…»

«Insomma, quand’è che mi tocca venire da te per farti parlare più chiaro?» Si arrese Takaya, seccato.

E dall’altra parte del telefono una voce cinguettò.

«Che ne dici di vederci dopo il tuo allenamento? Cena in camera e poi… lascio alla tua immaginazione!»

«Va bene, ma vedi di non fregarmi!» e riagganciò senza salutare.

«Bell’amico che sei!» gridò a Takeshi.

«Ma cosa pretendi? Non la conosco neanche, questa tua gallinella!»

«Hai ragione, sono io l’idiota!»

«Hai almeno qualche idea su cosa potrebbe essere questa cosa che hai perso e che lei ha ritrovato?»

«Altroché!»  Non poteva essere altro che quello. Miyako era riuscita ad avere un’informazione importante prima di lui e sapeva dove si trovava la sua futura allieva. Siccome Irene non aveva acceso il dispositivo per l’intercettazione nascosto nell’orologio da polso che le avevano dato da usare in missione, non aveva potuto rintracciarla lui stesso.

Il Direttore Generale non era affatto contento che le fosse sfuggita, in aeroporto.

Intanto, in stanza, Miyako faceva fatica a trattenere le lacrime di rabbia che avrebbero voluto sgorgare a tutti i costi. “Ma ne vale la pena?”

Ora che aveva ottenuto quello che voleva, non riusciva a pensare ad altro. Takaya l’aveva trattata come uno straccio. Sapeva bene che non c’era niente di peggio di riaccendere una sigaretta già fumata. E quel sapore amaro lei l’aveva appena sperimentato.

Rimase a lungo seduta, col cellulare sulle ginocchia e lo sguardo perso nel vuoto, chiedendosi se quella chiamata le avrebbe causato più dolore del previsto. Alla fine si riprese, aprì la porta e rimase immobile alcuni istanti a osservare quella di Irene. La ragazzina era un piccolo tesoro che andava concesso poco a poco, col contagocce. Non poteva rischiare che Takaya, arrivando da lei, s’imbattesse per caso nella sua allieva. Erano ormai le cinque del mattino. Un altro paio d'ore e le avrebbe cercato una sistemazione diversa.

Irene fu svegliata molto presto la mattina da un forte e continuo bussare alla porta.  Per un po’ non volle abbandonare il letto così caldo e comodo.

“Saranno le signore delle pulizie. Ripasseranno più tardi”, pensò, ma quando il suo sguardo si posò sull’orologio del comodino, si rese conto che qualcosa non tornava. “Ma no, non possono essere loro! Sono solo le sette! Ma chi diavolo è a quest’ora?”

Continuavano a bussare e questa volta ancora più forte. “Sarà meglio aprire, prima che sfondino la porta”.

L’idea di alzarsi non le piaceva per niente. Con gli occhi semichiusi, era già con la mano sulla maniglia quando un pensiero la gelò: “E se fosse Nishikawa?” Sì, poteva essere proprio lui. Rimase immobile per un istante lunghissimo. Le vennero in mente le idee più disparate. Barricarsi dentro? Tentare la fuga?

«Sono Miyako, apri!» Non era lui, meno male. Tirò un sospiro di sollievo.

«Da sola?»

«Sì, ovvio!»

Irene si decise ad aprire la porta. Le apparve una Miyako diversa da quella della sera prima, spazientita e irritata. «Ce ne hai messo di tempo!» esordì la ragazza.

Irene non sapeva se sentirsi infastidita o sollevata. Optò per il “sollevata” e si sforzò di sfoderare un sorriso gentile per questa donna che le piaceva sempre meno ogni volta che la incontrava.

«Non eri tu quella che voleva cambiare albergo perché questo è troppo caro?»

Irene la fissò con due occhioni pieni di sorpresa. No, veramente non ricordava di aver accennato a Miyako i suoi progetti.

«Perché mi guardi come fossi un marziano?» chiese la donna.

«Come? No, affatto. È vero, hai indovinato. Sto cercando un posto in un altro albergo.»

«Vuoi che ti dia una mano? L’Edo, per esempio, è un buon albergo. Non caro, anche se un po’ lontano da qui. Però è pulito».

«Grazie per l’informazione...» Irene s’inchinò appena, per rispetto.

Ma era il caso di fidarsi di Miyako? Il suo istinto le diceva di no, mentre il suo portafoglio le suggeriva di accettare di buon grado il consiglio e provare a cambiare hotel.

«Ora devo andare. Felice di esserti stata di aiuto!» Miyako le rivolse un sorriso sarcastico e se ne andò, lasciando Irene intenta a preparare di nuovo le valigie che aveva appena finito di disfare.

 

***

Quella sera stessa, mezz’ora prima delle otto, Takaya e Takeshi erano nella hall dell’albergo, occupati a fare il terzo grado alle ragazze della reception.

«Sì, una ragazza straniera, europea», incalzò Takaya.

«Italiana, per l’esattezza», aggiunse Takeshi.

«Avrebbe dovuto indossare un abito chiaro, bianco crema».

«Una ragazza che non sa il giapponese.»

Le ragazze sembravano assistere a una partita di tennis.

«Sì», disse una di loro «ce n’è una così. Ma non fate prima a dirci il nome e il cognome?»

Takaya e Takeshi risposero in coro. «Irene Fortefiore. C’è?»

«Allora, vediamo... Sì, c'è. O, più precisamente, c'era. È partita verso mezzogiorno».

«E dov’è andata?» chiese, speranzoso, Takaya.

«Mi dispiace ragazzi, ma non siamo tenuti a dare questo tipo di informazioni. Comunque, non sappiamo proprio dove fosse diretta», rispose la receptionist.

Takaya si ricompose, traendo un profondo respiro di rassegnazione.

Miyako era scesa poco prima dal secondo piano. Vedendo arrivare Takaya, si era nascosta dietro una colonna, assistendo all’intera scena.

“Eh no, cocco! Sarebbe stato troppo facile!” si disse alla fine, concedendosi una risata sarcastica.

Dall’altra parte della hall, i due ragazzi si diressero verso l’uscita.

«La tua supposizione era giusta, ma Miyako deve aver preso le sue contromisure. Peccato. Certo, avresti preferito trovare subito la tua amica fotografa straniera!» disse Takeshi.

Miyako, molto soddisfatta dall’esito della manovra, sgusciò dentro l’ascensore per tornare in camera ad accogliere la sua vittima.

Takaya fermò l’amico di fronte alla grande porta a vetri.

«Takeshi, va' pure. A quanto pare mi tocca cavarle qualche indizio in un altro modo...»

Takeshi parve divertito. Il suo amico amava le donne, ma solo se era lui ad avere il controllo della situazione.

«Beh, allora… Buona fortuna. E su con la vita, non stai mica andando al patibolo!» Takeshi gli rivolse un sorriso ironico.

«Hrrmpf…» brontolò Takaya, di umore nero per essersi fatto fregare come uno sciocco. Tornò indietro e si diresse verso la gradinata.

 

 

 

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